lunedì 21 novembre 2016

CONVEGNO A MONDOVI'


Promuovere lo sviluppo delle Alte Terre:

saperi, ricerca e sperimentazione

Aula Magna della Sede decentrata del Politecnico di Torino, Via Gottolengo, 29 - MONDOVI' (CN)

25 novembre 2016,ore 9.30


Ore 09.30 - REGISTRAZIONE
Ore 10.00 -  PRESENTAZIONE       INIZIATIVA

Ore 10.15 -SALUTO DELLE AUTORITA

Ore 10.45 - Marco BALDI, Mauro MARCANTONI:
La 11quota" dello sviluppo. Una nuova mappa socio-economica della montagna italiana

Ore 11.15 - Maria Chiara CATTANEO
Confronti ed esperienze in area alpina: il progettoAlps benchmarking. Buone pratiche e prospettive
Ore 11.45 
Interventi dei partecipanti 

Ore 13.30 - Pausa pranzo

Ore 14.30 - Prof. Sebastiano SORDO:
Lo schema didattico del'Accademia delle Alte Terre
Ore 15.00 - Prof.ssa Daniela BOSIA:
Nuove figure professionali per le Alpi contemporanee
Ore 15.30 - Prof.ssa Federica CORRADO:
Costruire percorsi di sviluppo locale nelle Alpi contemporanee
Ore 16.00 -Cav.Mariano ALLOCCO:
La govemance dell'acqua nel Piemonte sud occidentale
Ore 16.30 - lng.Massimo MONETTI:
Internet, nuova opportunità per i territori delle Alte Terre
Ore 17.00 - Prof. Walter FRANCO:
Meccanizzazione agricola per le aree delleAlte Terre
Ore 17.30 - Prof. Andrea DEMATTEIS:
Esempio di filiera del legno



Politecnico di Torino, Sede di Mondovì Via Gottolengo, 29 MONDOVI' (CN)
tel. 0174 560826 - mondovi@polito .it

domenica 18 settembre 2016

"Et primo piaccia a S.A. serenissima..."







Appunti per il 28 agosto 2016 a Elva


   <<Riflettendo su cosa dire il 28 agosto all’incontro per la “campana della riconciliazione” tra montanari valdesi e cattolici a Grange Laurenti di Elva, sono andato a recuperare l’atto di fedeltà che i due Consoli della Val Maira consegnarono il 27 settembre 1589 a Carlo Emanuele I° che aveva conquistato il Marchesato di Saluzzo.

Nessuna "captatio benevolentiae", inizia con un franco "Et primo piaccia a S.A. serenissima..." e continua con tre richieste che dopo 400 e più anni sono sempre attuali.

Un documento stringato, per prima cosa chiedono di confermare “…franchigie , immunità, libertà, buone vianze, & laudabili costumi”, poi di poter “…pigliare il sale dove buono gli parerà, poiché loro hanno sempre viato… sal bianco qual reportano di Prouenza, &Delphinato…che gli rende una incomodità insopportabile di venir di così lontano, che son quindici miglia, pigliar il sale a Dronero”, infine di “…confirmar a quelli della religione pretenduta reformata di viver in libertà di loro coscienza”.

Autodeterminazione, esenzioni fiscali e libertà di coscienza.
Richieste ancora attuali e che attengono in ultima analisi alla Libertà, valore fondante per vivere il monte, il resto ne consegue.

Dopo 400 anni non aggiungerei altro.

E’ andata a finire malissimo, richieste disattese allora come lo sono ora e la “questione montana”  rimane ancora irrisolta, perché?

In Italia “…non è questione di nord o sud, è questione di monte e piano” e nulla è cambiato dai tempi di Carlo Emanuele I.

L’arrivo della modernità ha portato sulle montagne povertà ed emarginazione, quattro secoli di un declino che ha visto precipitare la situazione nel secolo scorso.

In un momento in cui sono evidenti i limiti dell’approccio “liberal” nel governo della società, è opportuno un approfondimento sulla marginalizzazione delle Alte Terre, perché il Monte ha qualcosa da insegnare alla pianura, qualcosa che viene da lontano.

Suggerisco di allargare la visuale e alzare lo sguardo per cercare di capire, partendo da quassù, quanto sta accadendo altrove, perché le esperienze anche dolorose e conflittuali che si sono succedute in montagna nei secoli scorsi possono essere d’aiuto per interpretare il presente e pensare un avvenire possibile.

Le Alpi sono il cuore d’Europa, una centralità che si è affermata nel Medioevo, nei secoli bui, quando signori invece illuminati garantirono “libertà e buone vianze” a coloro che sceglievano di farsi montanari.

Il denominatore comune nel quale riconoscerci potrebbe essere il comune bisogno di  libertà, che è alla base del vivere il Monte, però non c’è più molto tempo, se non si inverte questa deriva quassù ci sarà presto un deserto verde.

In chiusura torno alla terza richiesta avanzata al Savoia dai Consoli della Val Maira che ho citato prima, quella di “…confirmar a quelli della religione pretenduta reformata di viver in libertà di loro coscienza”, perché qui sta la sintesi ultima delle richieste per affrontare, allora come ora, la “questione montana”.

I due Consoli con quella richiesta sapevano di andare oltre il tollerabile.

Chiedere al Savoia di permettere libertà di coscienza e di accettare quella che per loro era eterodossia portò la repressione armata e la fine delle libertà della val Maira.

Perché osarono tanto?

Lo fecero perché la libertà è alla base del vivere il Monte  e questa è la grande sfida che l’Europa nel darsi una “Strategia per la Macroregione Alpina” si trova di fronte, quella di ridare alla popolazioni che hanno deciso di farsi montanare “libertà e buone vianze”  che altrove sono sotto attacco, libertà indispensabili per vivere quassù.

Una “modernità” che ha nelle regole del Mercato il suo credo e nella Globalizzazione il suo obiettivo, può sopportare la presenza di  pensieri e rivendicazioni eterodosse  sulle Alte Terre?

Questa è la sfida che dobbiamo riproporre noi montanari, una sfida che non seppero accettare i Savoia e che spero l’Europa sappia cogliere ora, ma che va lanciata con la franchezza e la determinazione che portava i montanari della fine del ‘500 a rivolgersi nei confronti del potere con un franco "Et primo piaccia a S.A. serenissima...".

Se per Fernand Braudel le montagne sono “il rifugio delle libertà, delle democrazie, delle risorse importanti”, io aggiungo che sono anche “il rifugio ultimo delle eterodossie” che sono tra i fondamentali per vivere il monte e che sono parte del patrimonio di valori dell’umanità.



MARIANO ALLOCCO

sabato 13 agosto 2016

La campana della riconciliazione





Nella splendida cornice della borgata GRANGE LAURENTI  di 

ELVA  


domenica 28 agosto 2016
2° incontro tra cattolici e valdesi 
al rintocco della campana ugonotta


h. 11:00: incontro dei montanari della val Pellice e della val  Maira e saluto dei sindaci di Villar Pellice e di Elva al suono dell’’antica campana seicentesca;
h. 11:30: ripercorriamo insieme un tratto comune di storia delle nostre valli guardando ad un futuro possibile;

h. 13:00: pranzo tipico montanaro, sotto il tendone, preparato      da:  Arte   del Mangiar   Bene  “Garin”, (affettati, polenta con spezzatino e formaggi,         dolce  e  vino:  15 euro); (su prenotazione, fino ad esaurimento posti)


Nel pomeriggio: canti popolari spontanei e musica occitana;
h. 19:00: cena sotto il tendone (su prenotazione). Per tutta la giornata funzionerà servizio   bar.

Per info e prenotazioni (pranzo e cena): 349 2118453 Daniela
349 8110369 Oreste
349 6765683  Fabrizio



L’organizzazione declina ogni responsabilità per danni a persone o cose durante lo svolgimento della manifestazione.



mercoledì 27 luglio 2016

ACCADEMIA DELLE ALTE TERRE



Articolo pubblicato su Provincia Granda il 20 luglio 2016: un bel traguardo concreto raggiunto!


martedì 14 giugno 2016

“C’è vita in Alta Valle. Realtà e sviluppo compatibile delle Alte Terre”

Intervento di Mariano Allocco al convegno tenutosi al rifugio la "Maddalena" ai Vernagli frazione del comune di Montaldo di Mondovì.




L’Europa e le Alpi, un avvenire quassù è possibile.

Oggi si discute della “questione montana, questione antica e irrisolta.

Nel 1902  Luchino Dal Verme, deputato dei monti piacentini,  in un suo intervento al parlamento diceva che in Italia

…non è questione di nord o sud, è questione di monte e piano”.

Nulla è cambiato da allora e la “questione montana” rimane da risolvere, anzi sta radicalizzandosi in una frattura sempre più evidente tra Città e Contado tra Monte e Piano.

Due  modi di porsi nei confronti della vita si affacciano al confine che corre lungo curve di livello, che Luigi Zanzi chiamava le “curve di livello delle civiltà”.
L’approccio “liberal” per il governo della società ha spazzato via dai monti antiche consuetudini “comunitarie” che avevano la loro centralità nella gestione dell’insieme dei valori considerati “bene comune”.
In un momento in cui sono evidenti i limiti del liberalismo, è opportuno un approfondimento delle dinamiche che hanno portato alla marginalizzazione delle Alte Terre, il monte ha qualcosa da insegnare alla pianura qualcosa che viene da lontano.

Suggerisco di allargare la visuale e alzare lo sguardo per cercare di capire, partendo da quassù, quanto sta accadendo altrove, perché l’esperienza maturata in montagna nei secoli scorsi può essere d’aiuto per interpretare il presente e pensare al futuro.
Innanzitutto dobbiamo chiarire il concetto di "montagna", quali possono essere i parametri per individuarla? le quote altimetriche? le curve di livello? le pendenze dei crinali?
Ritengo che l’assenza delle masse umane e la presenza immanente della geografia dei luoghi siano i tratti discriminanti per definire il concetto di Alte Terre, questa è la differenza tra montagna e pianura in Europa, tra le zone rugose e quelle in piano.
L’assenza della Massa ha un chiaro impatto su dinamiche di tipo politico.
L’attuale organizzazione della società è basata sul governo della Massa e in sua assenza anche la politica si allontana da quei luoghi e in questi casi la stessa democrazia rappresentativa denuncia limiti evidenti e se non c’è politica si è fuori dal sistema di gestione del potere perché politica e potere viaggiano assieme.

Se la polilica si ritira da un luogo questo non è più visto come parte costitutiva di un sistema, ne diventa appendice, pertinenza a cui accedere per prelevare risorse e energie, questa è il rischio che corre il Monte.
La gente di montagna ha una sola via di uscita, deve abbandonare una fase che definirei “prepolitica”, affermare la volontà di tornare a fare politica recuperando innanzitutto un concetto di “polis”, individuandone il perimetro cominciando dalle Alpi.
Dobbiamo recuperare il ruolo di cittadini che abitano le Alte Terre del contado, a volte mi pare che definirsi cittadino e montanaro sta diventando un ossimoro.
Per Machiavelli la politica è la ”lotta per conquistare e conservare il potere” questa è la strada che le genti alpine devono ricominciare a percorrere.

Per Norberto Bobbio La democrazia è “ un insieme di regole di procedura per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati”, ma dove sono i luoghi di discussione in cui gli interessi delle popolazioni alpine sono rappresentati?
Quante sono le “decisioni collettive” che riguardano le Alpi prese senza che le popolazioni alpine siano coinvolte in esse?
Ora sul piano delle libertà sono evidenti i limiti imposti alle popolazioni alpine che hanno poca voce in capitolo sulle scelte che riguardano il loro territorio.
Un nuovo Patto tra le popolazioni delle Alpi e quelle della sottostante pianura si impone e va innanzitutto ripensato e riformulato il rapporto tra la montagna e le città pedemontane.
Le popolazioni alpine dovrebbero essere rappresentate nelle istituzioni in modo proporzionale sia alla propria consistenza numerica che all’estensione del territorio montano che vivono.
La gestione del territorio dovrebbe essere in primo luogo di competenza delle popolazioni alpine e dovrebbe essere garantito un livello minimo di servizi, questa è la leva che deve essere utilizzata per far ripartire il volano dell’economia alpina.
In particolare la società tutta, non solo quella alpina, deve fare i conti con un limite evidente del liberalismo che riguarda il concetto di “bene comune”.
L’esperienza che deriva dal vivere in alto, dove individualismo e comunitarismo avevano trovato un equilibrio virtuoso che ha permesso di vivere in situazioni a volte estreme, può contribuire a trovare le correzioni che si impongono.
Riprendo ora in modo puntuale alcuni argomenti a cui ho accennato prima iniziando con  una breve riflessione sulla decisione europea di individuare una strategia per la macroregione alpina.
Le Alpi hanno una centralità europea che si è affermata nel Medioevo, prima, in epoca romana le Alpi erano per lo più luogo di passaggio, le Alpi furono popolate secoli dopo quando signori illuminati nel medioevo garantirono “libertà e buone vianze” a coloro che sceglievano di farsi montanari e di “libertà e buone vianze” dovremo tornare a parlare per continuare a vivere quassù.
Teniamo in buon conto che i confini della Macroregione Alpina entro cui  indirizzare fondi strutturali comprende tutta la pianura padana e le grandi città, perciò un giusto equilibrio va ricercato in un momento storico particolare in cui è ormai evidente una frattura tra Città e Contado.
Una frattura che è figlia della modernità e che sta radicalizzandosi sempre di più.
Garantire servizi, rendere vivibile il territorio, agevolare l’accesso allo studio ai giovani, dare rappresentatività alle comunità rurali, lasciare che il territorio sia gestito dalle comunità che lo vivono, sostenere il settore primario, disegnare una strategia regionale che dia pari dignità a tutti, rendere possibile la vita sul Monte, i temi sono molti…..


 DIMENSIONI ALPINE

Ora una riflessione sul perché la frattura tra Città e Contado nel Nord Italia è così evidente.

In Italia il 70% della popolazione vive in città, su questo scenario si affaccia la legge Del Rio, la n° 56 del 2014, che istituisce le città metropolitane, obiettivo lo sviluppo, la gestione dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione, la cura delle relazioni istituzionali.

Per il Piemonte ad esempio si tratta di una sfida affascinante, Torino  negli ultimi due secoli è passata attraverso cambiamenti strutturali che le altre città italiane non hanno vissuto.
Negli anni ’60 a Mirafiori lavoravano più di 60.000 persone, ora si parla di poche migliaia e anche l’indotto è residuale rispetto ai numeri di allora.
L’unità d’Italia spostò la capitale politica a Roma e ora che la Fiat sta tagliando le radici col passato, anche la capitale industriale evapora.
Torino ha una sua specificità “sabauda”, ma condivide con le altre città e con tutta la Pianura Padana la presenza di periferie.
Parlare di periferie è argomento ovviamente complesso e se intendiamo il concetto di periferia non solo come luogo periferico, ma come espressione di subalternità sociale, l’analisi si fa più articolata.
In ogni insediamento ci sono zone che sono “più periferie delle altre”, sono quelle in cui sono presenti evidenti espressioni di subalternità e visto da quassù l’argomento non può che essere affrontato da questa prospettiva.
Per questo affermo che la “questione montana” si pone nei confronti del Nord Italia come rapporto tra periferia e centro.
Se la Città deve abbandonare l’impostazione tolemaica delle politiche regionali, percorso ormai bocciato dalla storia, il Monte deve rifiutare una subalternità, anche questa eredità sabauda, per ripensare, proporre e pretendere un rapporto nuovo col Piè.

PROPOSTE

Discutere di “questione alpina” vuol dire confrontarsi col Potere e le regole che lo governano e il potere può essere suddiviso in tre grandi classi potere economico, ideologico e politico e noi siamo deboli su tutto il fronte, altrimenti non saremmo qui a parlarne.
Per riformare il rapporto tra Piè e Monte non possiamo che mettere in conto un “conflitto ragionevole”, una definizione non mia, è del prof. Fabrizio Barca, già Ministro, aveva teorizzato per affrontare la sfida delle “aree interne”, che per noi sono le valli alpine.
«È l’ora di destabilizzare le classi dirigenti estrattive che drenano risorse dai territori ostacolandone la modernizzazione, intendendo per classi dirigenti estrattive quelle leadership locali che tendono a far si che tutto rimanga immobile affinché possano conservare, senza intralci, le loro posizioni dominanti”.
Sono d’accordo con Barca quando propone un “meccanismo di conflitto” per raggiungere la destabilizzazione.
Questo approccio deve assumere connotati di tipo politico e contagiare il monte, altrimenti il rischio è che il tutto venga risucchiato in un “vortice estrattivo” organizzato per difendere posizioni e rendite dominanti.
L’attacco in atto da tempo alle istituzioni alpine è funzionale a dinamiche estrattive.
A qualcuno servono istituzioni locali deboli per organizzare gli ultimi prelievi sui monti.
E’ tutto l’impianto dei rapporti tra monte e piano che va “riformato” (uso questa parola “riforma” nella sua accezione storica e non a caso) e questo nell’interesse di tutti .
Ecco perché parlo di “conflitto ragionevole” per indicare l’unico percorso possibile per “riformare” i rapporti tra Piè e Monte, riorganizzandoli in modo inclusivo.


LEGGE CARLOTTO

La “questione montana” coinvolge tutte le Alte Terre che devono trovare il modo di recuperare potenza.

Un esempio di necessaria collaborazione trasversale alle Alte Terre sono le decine di delibere con cui comuni di tutte le Alpi  chiedono l’attuazione della legge nazionale per la montagna che dobbiamo al sen. Carlotto, la n°97 del ’94.
Ha compiuto 20 anni e per buona parte è inapplicata, perché?
L’obiettivo era nobile, l’attuazione dell’art. 44 della Costituzione, “la legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”.
Parla di beni agro-silvopastorali, acquisto di proprietà, usucapione, tutela ambientale, caccia, pesca e prodotti del sottobosco, gestione del patrimonio forestale, autoproduzione energetica, attività produttive, servizi, sgravi fiscali, pluriattività, scuola, informatica, telematica, ecc.
Dopo 20 anni dalla sua promulgazione vale la pena capire perché é rimasta in buona parte nel cassetto.
L’arcano, l’inghippo per me è piazzato proprio nel primo articolo quando si afferma che l’obiettivo è quello di promuove azioni “che tengano conto delle insopprimibili esigenze di vita civile delle popolazioni residenti.”, la centralità della legge è posta sull’uomo che vive la montagna, mentre ora prevale l’attenzione sull’ambiente, allora non è politicamente corretto anteporre a tutto le “esigenze di vita…delle popolazioni residenti”.
Rispetto al monoteismo ambientalista è evidente l’eterodossia della legge, ecco il perché del suo accantonamento.

La “Carlotto” rimane comunque un pilastro nella storia delle Alte Terre e visto che una legge non è una scatola di tonno con una data di scadenza, o la si abroga o la si applica.
L’articolo per me urgente è il sedicesimo, dice che il reddito d’impresa nei comuni montani può essere calcolato “…sulla base di un concordato…. In tal caso le imprese stesse sono esonerate dalla tenuta di ogni documentazione contabile e di ogni certificazione fiscale..”proprio di questo articolo si chiede l’attuazione.
La possibilità di incidere sulla fiscalità sui monti che si chiede c’è già, perché non si applica? Cosa lo impedisce? E’ legge dello Stato. 
Di questo i sindaci parleranno presto in un incontro col Ministro Enrico Costa che ha delega alla montagna.
Nel titolo della relazione affermiamo che un avvenire è possibile per le Alte Terre, ma è indispensabile darsi una strategia, con la sola tattica non si va da nessuna parte e una idea di strategia montana è la grande assente.

Ma cosa si intende per strategia?
Con la prima industrializzazione nell’’800 dalle Alpi è scivolato in pianura il settore secondario, ora con il dilagare del bosco, l’arrivo dei predatori e altre difficoltà, sotto attacco è quel poco di primario rimasto e senza questo neppure il terziario reggerà alla lunga.

Primario: la produzione della terra, che sui monti può avere specializzazioni importanti, bio, caccia, pesca, estrazioni, boschi, acqua ….

Secondario: manifatturiero, artigianato, industria, è stata la colonna portante per secoli dell’economia alpina.

Terziario: trasporti, comunicazioni, commercio, turismo, informatica, ricerca e sviluppo, formazione.

Vivere sulle Alpi vuol dire ripensare una economia che riparta da queste tre colonne portanti e il collante di questo progetto può essere solo il patrimonio culturale alpino.
Una strategia possibile è basata su una filiera produttiva che coniughi in modo virtuoso primario, secondario e terziario e che sia supportata da servizi efficienti e si alimenti di conoscenze a livello di eccellenza, le improvvisazioni hanno le gambe corte.
Cultura significa “sapere”, ma sui monti significa anche “saper fare”, è l’insieme di conoscenze delle necessità materiali dell’uomo, un bagaglio che sta abbandonando l’orizzonte del possibile e del necessario per le nuove generazioni urbane, ma quassù è indispensabile.. 

Per vivere il monte bisogna avere anche le mani sapienti, non solo la testa.

                                                                                                                                     

INOLTRE...

È aperto fino all’11 luglio prossimo il bando “Talenti della Società civile” che, favorendo l’inventiva e la capacità imprenditoriale giovanile, attiva un percorso di “fertilizzazione” incrociata tra il mondo della ricerca e i suoi risvolti applicativi, a partire proprio dalle istituzioni del territorio. 

Borse di ricerca scientifica, per un valore complessivo di 700.000 euro, saranno assegnate da Fondazione CRT e Fondazione Giovanni Goria a laureati che sviluppino progetti in ambito imprenditoriale, scientifico o sanitario, prevalentemente presso realtà non profit o aziende del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Le borse di ricerca finanziate dalla Fondazione CRT sono destinate a laureati fino a 30 anni di età, in possesso di diploma di laurea magistrale o di secondo livello e specialisti di area medico-sanitaria fino a 36 anni.

Sono previste tre tipologie di borse di ricerca:
- dell’imprenditorialità, della durata di 6 mesi e del valore di 10.200 euro (di cui almeno 2.000 euro di cofinanziamento) per lo sviluppo di nuove start up o di attività già esistenti; 

- “standard”, della durata di 12 mesi e del valore di 18.000 euro (di cui almeno la metà di cofinanziamento), per progetti nei settori delle Scienze matematiche e informatiche, della terra, biologiche e naturali, agrarie e veterinarie, economiche e statistiche, fisiche e chimiche, mediche; 

- per specialisti di area medico-sanitaria, della durata di 12 mesi e del valore di 26.000 euro (di cui almeno la metà di cofinanziamento), per progetti sviluppati presso aziende ospedaliere accreditate, dipartimenti universitari, enti pubblici o privati. 

Le domande devono essere compilate on line sul sito www.fondazionegoria.it 
Ulteriori info sul sito www.fondazionecrt.it 



domenica 20 marzo 2016

Da LA STAMPA 17 marzo 2016



"Aggredito e morsicato da un lupo ma nessuno mi vuole credere"



L'allarme  di Federcaccia  per  la presenza  di branchi sulle montagne  torinesi

Massimiliano Peggio

Quel che resta del morso del lupo e una tenue cicatrice sulla sua coscia destra. «Un Lupo? Sicuro Romano? Non e che ti sei sbagliato?» gli hanno domandato in molti in paese, convinti che esagerasse un po', malignando anche su qualche bicchiere di troppo. «Sissignore era un lupo, diau! Un maschio,  aveva le palle» dice a tutti Romano Giai, boscaiolo solitario, di borgata Tenua. Ma non ha l'aria di raccontare frottole. Tant'e che e andato anche dai carabinieri a fare una denuncia, dopo l'aggressione, lo scorso settembre. «Un lupo maschio. L'ho picchiato con la canna da pesca per allontanarlo.    E non era solo.
Dietro di lui ce n'erano altri due. Dopo avermi attaccato, se ne sono andati per un sentiero. Tornando in paese, ho incontrato un amico che mi ha portato in ospedale». Da mesi ripete la stessa storia.    «Ci sono tanti lupi, qui. Stanno diventando un pericolo».La difesa degli animalistiAdesso c'e anche Federcaccia Piemonte a lanciare l'allarme, sfidando gli animalisti. «Su questa aggressione non si e fatta piena luce, anzi si e cercato di mettere a tacere il tutto» tuona Alessandro Bassignana, ai vertici dell'associazione.
«Guai a toccare i lupi» replicano gli animalisti sui social, accusando i cacciatori di fomentare queste    storie di aggressioni. Negli ultimi mesi si susseguono le segnalazioni di branchi in Val Sangone, in Val     di Susa. Orme nella neve, carcasse di caprioli abbandonate nei boschi, cinghiali divorati. «Opera dei    lupi» dice Dario Cenni, cacciatore, conoscitore di quei boschi. A Giaveno, ilveterinario Aldo Peano, ha incrociato un esemplare dietro casa, in localita Buffa. «Ho visto un giovane maschio inseguire due gatti    in piena notte, non lontano dalle case». Sicuro fosse un lupo e non un cane? «Beh, credo di conoscere la differenza».I controlli dei veterinariRomano  stava pescando lungo un ruscello di borgata Re quando e  stato assalito.  Dopo l'aggressione un'equipe  dell'Asl di Pinerolo  ha incontrato  ilboscaiolo,  per verificare il suo racconto. «I colleghi del servizio veterinario - spiega Mauro Gnaccarini dell'epidemiosorveglianza veterinaria  dell'Asl To3 - hanno fatto una verifica non tanto finalizzata all'accertamento  dei fatti, a cui si   e dedicato un esperto di Wolfalspl che segue problematica della presenza dei lupi, quanto piuttosto all'esistenza di un'emergenza di carattere sanitario, dal punto di vista epidemiologico, qualunque fosse il tipo di animale. Non avendo riscontrato pericoli di questo genere, per noi la cosa e finita n». Quindi, a  parte il racconto di Romano, non si sa che cosa sia successo veramente quel giomo? «Non e competenza dell'Asl farlo. Questi accertamenti spettano a chi sorveglia la fauna selvatica. A noi interessano le conseguenze  sanitarie».L'allarmeFerdercaccia  Piemonte, invece,  si e mossa per andare a fondo, chiedendo l'intervento di Universita e laboratori specializzati. «Visto che tema scatena polemiche - dice Bassignana  - abbiamo inviato gli indumenti e la canna da pesca di Romano a degli esperti, per esaminare  la natura delle tracce biologiche. Se si tratta di lupi oppure no».BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

lunedì 28 dicembre 2015

MANIFESTO ANTILUPO











L’associazione Alte Terre e Adialpi hanno redatto il manifesto antilupo presentato in occasione del convegno dell’associazione Adialpi tenutosi a Saluzzo il 17 dicembre 2015. Il manifesto è stato il frutto della raccolta firme contro il lupo e i parchi iniziata nell’autunno di questo anno. 

Segnaliamo anche l'ultimo articolo di Robi Ronza appena uscito 






manifesto antilupo

 I pastori, allevatori, margari, contadini e gente comune della montagna piemontese , firmatari dell'appello NO parchi No lupi! diffuso tra le  valli nell'autunno 2015, dichiarano con forza quanto segue:


-  il ritorno “naturale” dei lupi sulle Alpi è un racconto propagandistico. Un’analisi genetica accurata e soprattutto indipendente potrebbe facilmente dimostrare l’origine est-europea della gran parte della popolazione di lupi alpini.
I pochi lupi rimasti in Abruzzo negli anni settanta all’interno del Parco nazionale si sono diffusi sugli Appennini, ma non spiegano la comparsa improvvisa nei primi anni novanta di lupi sulle Alpi marittime tra Italia e Francia (quando la Liguria ne era ancora del tutto priva), dapprima solo all’interno o in prossimità dei due Parchi regionali delle Marittime e del Mercantour, né tantomeno analoghe presenze negli stessi anni nel Parco di Salbertrand in Valle Susa o, in tempi più recenti, l’arrivo “fortuito” di una coppia di lupi nel Parco della Lessinia (VR). Per anni la presenza fu negata e le predazioni attribuite a cani rinselvatichiti, fenomeno mai esistito sulle Alpi occidentali.

-  lupi e pastorizia non possono coesistere nello stesso areale: i predatori vanno allontanati dalle zone di pascolo delle Alpi!

-  i lupi compromettendo il pastoralismo favoriscono l’avanzare dei boschi e riducono la biodiversità dei pascoli alpini;

-  lupi non più abituati ad essere cacciati dall’uomo diventano col tempo una minaccia reale alla vita umana (e non solo per i pochi montanari ma anche per i numerosi escursionisti);

-  l’uccisione, ora illegale, di lupi non è bracconaggio, ma legittima difesa della persona e degli animali. Occorre riconoscere il diritto naturale dell’allevatore alla difesa armata del proprio bestiame all’interno dei propri pascoli!

-  la colonizzazione dei lupi sull’intero arco alpino, auspicata e pianificata dal recente Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, redatto dall’Unione Zoologica Italiana per il Ministero dell’Ambiente, è un progetto folle e delirante per chi in montagna lo subisce, ma che nasconde interessi concreti di soldi e finanziamenti per chi lo propone;

-  I “Parchi naturali” sono lo strumento amministrativo con il quale tali politiche falsamente ambientaliste vengono imposte alle comunità locali: vanno semplicemente aboliti, risparmiando risorse che potrebbero impiegarsi in modo ben più proficuo per la tutela dell’ecosistema e del paesaggio alpino, da secoli incentrate sull’opera dell’uomo contadino;


-  la responsabilità ultima della colonizzazione dei grandi predatori sulle Alpi ricade sulle politiche europee. L’unica soluzione efficace per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!